Superenduro Pietra Ligure – Riflessioni…su quello che è accaduto realmente

Sappiamo tutti qual è stato l’epilogo della prima gara del circuito Superenduro che si è -parzialmente- svolta il weekend scorso a Pietra Ligure.
In questi giorni ho voluto riflettere sull’accaduto, ho parlato con più di qualche rider presente alla gara, ho parlato con organizzatori e altre persone del settore, per capire se il mio pensiero frustrante fosse corretto, fosse giusto, avesse un senso.
 
Prima di capire e commentare il motivo che ha spinto il DOF (il direttore di gara, figura Federale responsabile della gara) ad annullare la gara, che vi dico subito non è stato a causa dell’abbondante nevicata, facciamo un passo indietro e cerchiamo di fare una panoramica arrivando a capire realmente cos’è successo.
 

L’ENDURO


Quando l’enduro è nato,ormai un bel po’ di anni fa, io avevo poco più di 10 anni quindi mi affido ai racconti di chi ha portato questa disciplina in Italia, si parlava di una disciplina della mountain bike completa e per questo avvincente. Una disciplina che comprendesse salita, tanta salita sia tecnica che pedalata, e molta discesa sia su trail naturali che -in futuro- nei primi bike park. I rider che praticavano enduro dovevano essere persone dalla preparazione atletica completa, autosufficienti in quanto le uscite prevedevano tempistiche molto ampie, costrette ad indossare uno zaino con all’interno i cambi d’abbigliamento, i ricambi meccanici, la trousse di attrezzi e gli alimenti. Dunque un insieme di cose che permettesse loro di svolgere l’uscita prevista.
 
Con il passare degli anni l’enduro ha dato una spinta importantissima allo sviluppo tecnico della mountain bike mondiale: basti pensare all’evoluzione nell’ultimo decennio, tra diametri ruota, standard ormai sorpassati da altri “standard”, geometrie dei telai, escursioni degli ammortizzatori, eccetera. Lo sviluppo si è esteso anche verso il rider, abbiamo esempi lampanti davanti agli occhi in merito a nuovi tipi di protezioni, zaini, abbigliamento più o meno protettivo. Insomma il mercato attualmente offre scelte tecniche pressoché infinite per i rider che praticano enduro in ogni stagione dell’anno e per qualsiasi tipologia di uscita.
 
Scusate se ho voluto fare questa premessa ma serve per convincermi (e convincervi) che non è possibile quello che è successo veramente a Pietra Ligure.
 

Pietra Ligure


Il meteo a Pietra Ligure non è stato sicuramente clemente. Sin dalle prime ore del mattino era chiaro che sarebbe stata una giornata difficile, probabilmente non ci si sarebbe mai aspettati così tanta neve, ma certamente il freddo era da mettere in conto. In fin dei conti la gara si è svolta a inizio aprile, non a metà luglio…e il dislivello previsto era di oltre 1000 metri tra mare e montagne.
 

 
Ma una delle caratteristiche che avevano gli enduristi pionieri della nostra amata disciplina era proprio l’AUTOSUFFICIENZA. L’essere autosufficienti vuol dire conoscersi, conoscere i propri limiti, conoscere il territorio, conoscere chi ci circonda, saper valutare i pericoli, saper gestire le situazioni, magari prevedendole.
 

Quello che a tanti atleti è mancato a Pietra Ligure: l’AUTOSUFFICIENZA.


 
Proprio questo aspetto è emerso con forza cogliendo decisamente impreparati diversi concorrenti in estrema difficoltà di fronte al freddo in quota.Allo start, invece, in molti si sono presentati con un abbigliamento decisamente inadeguato, senza uno zaino, con pantaloncini corti e addirittura maniche corte, impegnati forse a “poserare” per aggiornare l’immagine profilo, o forse troppo concentrati a fare il tempone in discesa dimenticandosi a casa l’abbigliamento tecnico.
 
Vi siete chiesti come mai i fratelli Lupato indossavano la giacca tecnica e i pantaloni lunghi? Sono professionisti, non erano mica in maniche corte o vestiti in modo inadeguato.
Allo stesso modo un certo Martino Fruet, trentino e conoscitore della montagna, crosscountrista, ciclocrossista e anche endurista con parecchi anni d’esperienza sul groppone, allo start indossava piumino tecnico e zaino sulle spalle. Anche lui, professionista, non si è lasciato annebbiare dalla foga d’immagine ma ha ragionato, ha acceso il cervello, ha dimostrato di essere AUTOSUFFICIENTE.
 

 
Per chi non lo sapesse, le discipline off-road, da regolamento FCI, prevedono di essere svolte anche in caso di maltempo sempre che non venga compromessa la sicurezza, questo è e deve rimanere un punto fermo e indiscutibile.
A Pietra Ligure la neve non ha in alcun modo compromesso i trail, anzi: abbiamo letto nei social quanto si sono divertiti i Lupato, Sottocornola e molti altri a scendere su quel terreno reso viscido e che esaltava le doti tecniche degli atleti.
 
Ma ad un certo punto il DOF ha comunicato la decisione di interrompere la gara. Decisione più che condivisa visto che gran parte dei soccorritori erano impegnati a prestare aiuto ad alcuni rider che, durante l’attesa della partenza della Prova Speciale, hanno mostrato sintomi di ipotermia, un rischio che va oltre l’agonismo di una gara, che va oltre qualsiasi altra scusa, visto che si tratta di “rischio per la salute”.
 

Qualcosa da ridire?


SÌ! Ma non contro il DOF, il quale ha applicato il regolamento ed anche il buon senso, dando le giuste priorità e gestendo la situazione da vero professionista. La situazione che ha fatto prendere la decisione è stata proprio questa: i soccorritori assistevano gli atleti che attendevano di partire e non potevano quindi garantire la sicurezza degli altri impegnati nelle Prove Speciali.
 
Qualcosa da ridire per il fatto che in una gara di enduro i soccorritori siano impegnati a prestare servizio a rider con sintomi da ipotermia, o che rischiano l’assideramento. Ma non ad un singolo rider, a più di uno, più di due, a più anche di tre…!
 

 

Poteva avere lo stesso epilogo ma senza polemiche?


Certamente! Non sarebbe stata la prima volta di una gara annullata perché i mezzi di soccorso risultavano tutti impegnati a soccorrere atleti in gara. Certo che se l’impegno avesse previsto il soccorrere gli atleti messi in difficoltà da alcuni tratti di discesa, per diversi motivi anche legati al meteo, sarebbe stato più che lecito interrompere, dato che sarebbe entrato in gioco il regolamento che prevede il caso in cui venga compromessa la sicurezza a causa del maltempo stesso.
 

L’enduro, ma quello professionale


Non voglio proseguire con le polemiche, inutili, questo mio pensiero vuol’essere uno sprono per sensibilizzare ad essere professionali. Anni addietro il presidente del team Gravity Project nel quale militavo da ragazzino mi disse: “per essere un professionista devi innanzitutto imparare ad essere professionale”. Una frase dal senso profondo che vorrei passare a tutti i biker che leggono queste parole.
Il senso di essere professionali dev’essere quello di imparare a conoscersi, di conoscere gli altri, imparare ad organizzarsi, conoscere il mezzo che si guida, conoscere i pericoli e saperli gestire.
 
Solo con questi presupposti si può essere autosufficienti tanto nell’enduro quanto nella vita, e allora diranno che siamo diventati professionisti. Perché ricordiamocelo: la vera gara a cui partecipiamo ogni giorno e che dobbiamo puntare a vincere non è quella che parte dal cancelletto la domenica.
 
 
Testo: Matteo Pedrech
Foto: Superenduro
 
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